Menes-o Narmer,

Mènes (gr. Μήνης o Μῆν). – Primo re dell’antico Egitto, attestato sia da fonti dirette sia dal più tardo storico Manetone; visse intorno al 2850 a. C. o prima ancora. Discussa è la sua identificazione con Narmer, noto come re sull’intero Egitto. Sono state formulate due ipotesi: o Narmer è il successore di M., o, più verosimilmente, i due personaggi sono tutt’uno.

Il periodo arcaico o protodinastico è’ il periodo corrispondente alle prime due dinastie dell’Egitto unificato (3150 – 3000 a. C.)Tale periodo viene anche denominato Tinitadalla citta di Thinis, nell’Alto Egitto, che l’antico storico egiziano Manetone identificò come il luogo di provenienza degli iniziatori della prima dinastia.
Dei circa dieci re di quest’epoca emerge soprattutto l’ultimo: re Narmer che contribuì alla nascita della nazione egizia.
Volta al termine l’epoca predinastica, il paese è in fermento e si trasforma. A quel tempo il paese era diviso in due regni:
L’Alto Egitto, corrispondente alla zona più meridionale che parte dalla prima cataratta del Nilo (Assuan), aveva come capitale la città di Nekhen, chiamata dai greci Ieraconpoli. Il re di questo territorio adorava la dea avvoltoio Nekhbet e veniva raffigurato con un’alta corona bianca.
Il Basso Egitto, corrispondente invece alla zona del delta,  aveva come capitale Buto; il sovrano adorava la dea cobra Uto e cingeva una corona rossa.

Secondo le antiche leggende l’Alto Egitto, guidato dal dio Horo, che poi divenne anche l’appellativo divino del sovrano, sottomise il Basso Egittounificando tutto il territorio.
Il sovrano del regno del Sud assunse da allora nella sua persona i simboli di entrambi i poteri e cinse la doppia corona(corona bianca dell’Alto Egitto e corona rossa del Basso Egitto), simbolo della nuova entità politica: si tratta di re Narmer appunto.
L’unione delle Due Terre è il principio di base del governo del paese. Ogni volta che si verrà meno a tale principio, l’Egitto conoscerà periodi di decadenza. Il nuovo Stato adottò simboli dei due regni, unì le due corone e fece del serpente e dell’avvoltoio le due divinità protettrici del faraone.
L’unificazione, ottenuta con una sola battaglia, fu un processo lento e comportò prima l’unificazione culturale, e solo più tardi quella politica. I nemici non erano solo gli abitanti del Delta, ma si combatteva anche contro le tribù beduine o i Nubiani, riconoscibili dalle diverse acconciature e dalla barba.
Le informazioni, di capitale importanza, ci sono fornite dalla tavola votiva del re Narmer, ritrovata sul sito Ierancopoli, la principale residenza del re, situata a nord di Edfu nell’Alto Egitto. Ma si pone un problema: le liste reali citano come primo re storico Menes, non Narmer.
L’unificazione e l’instaurazione in terra egiziana di una cultura nuova e originale rispetto a quelle precedenti, vengono infatti attribuite a lui, per cui pare che re Narmer non appartenesse alla I dinastia, bensì alla dinastia 0 insieme al re Scorpione. 
Da un sigillo sembrerebbe che Menes fosse il figlio di re Narmer il quale prese il nome di incoronazione Horo Aha e fondò la I dinastia tinita periodo in cui la capitale venne portata da Hieraconpolis a Thinis (situata sempre nell’Alto Egitto, presso Abido, ma più a nord), in modo che fosse più controllata la zona appena conquistata del delta.
Thinis rimase capitale solo per poco tempo prima che venisse trasferita successivamente a Menfi. Qui  il re ebbe la sua nuova fortezza e residenza, mentre non  lontano, su un altopiano presso Saqqara, fece erigere per sè un grande monumento funerario e fece lo stesso anche ad Abydos (più sotto, nella zona meridionale o Alto Egitto).

In questi doppi complessi edificati da tutti i sovrani della prima dinastia si esprime l’idea che il “sovrano delle Due Terre” dovesse possedere una sepoltura sia nell’Alto che nel Basso Egitto.

Le tombe che veinivano costruite in questo periodo sono per lo più mastabe, un’anticipazione delle piramidi.
Sotto Horo Aha o Menes fu introdotto in Egitto il calendario. Gli annali iscritti su pietra, iniziati durante il regno di Horo Aha, che contengono gli avvenimenti del primo periodo fino alla V dinastia, si sono conservati soltanto in un esemplare, purtroppo molto danneggiato. Il frammento maggiore è custodito nel Museo di Palermo, noto col nome di “pietra di Palermo”.

Il faraone afferma nel periodo arcaico la natura assolutistica e teocratica del suo potere; inoltre viene  considerato figlio del dio sole Ra ed è adorato egli stesso come divinità.
Si affermava, così, l’idea del capo dello stato e della religione, del faraone come unico e solo monarca dell’Egitto e discendente diretto degli dei.
Questo ci dice che la regalità egiziana sarà caratterizzata fino alla conquista greca da una natura religiosa, poiché il faraone è un “dio in terra”.
Sia la cerimonia d’incoronazione che le feste religiose hanno un duplice valore,  il sacro non è separato dal civile e il funzionario può anche essere, come del resto il faraone, un sacerdote.
Tutto appartiene al re: egli ha ereditato la terra d’Egitto dagli dei stessi ed è da loro incaricato di assicurarne la prosperità. Non esiste quindi proprietà privata, benchè il faraone possa offrire appezzamenti di terra a coloro che l’hanno fedelmente servito.

Di natura religiosa è anche l’economia. La circolazione dei beni è assicurata dal tempio. Senza un’offerta agli dei il paese sprofonderebbe nell’anarchia e nella miseria. Una volta appagati gli dei,si può provvedere ai bisogni degli uomini ripartendo debitamente le ricchezze.

Negli anni di regno di Horo Aha fu riformata l’amministrazione interna che ricevette un impianto centralistico: le cariche statali più importanti erano nelle mani di principi e parenti stretti della famiglia reale.
Venne stabilita anche la struttura dello stato, diviso in distretti o province (detti “nomi”) governati dai nomarchi. L’organizzazione amministrativa si rivelava così semplice ed efficace: gli ordini partivano dal palazzo reale per arrivare alle capitali regionali, le quali si estendevano alle città minori, ai villaggi e alle campagne.

Il nomarca, il governatore provinciale cui faceva capo tutta l’amministrazione locale, affinchè venisse sfruttato al massimo l’apporto di limo, si occupava anche della manutenzione dei canali di irrigazione della cui creazione si occupò lo stesso faraone. Menes sapeva che l’irrigazione era vitale per l’Egiito: senza di questa i doni del Nilo sarebbero stati inutili. Addirittura nelle liste reali, fra gli eventi salienti del regno, venivano riportati i dati relativi al livello delle piene. In tutto l’Egitto si costruirono dighe e si scavarono canali. Si colmarono le depressioni del terreno e si livellarono le collinette alluvionali. Gli isolotti che punteggiarono il corso del fiume vennero coltivati. Inoltre vennnero mantenute parecchie zone paludose per la caccia, la pesca e la conservazione di alcune specie ritenute indispensabili.

Contemporanemente viaggi regolari per nave lungo le coste favorirono strette relazioni commerciali col vicino Oriente fino al Libano, da dove si estraeva prezioso legname da conifere; in Siria invece ci si procurava i cipressi. La scrittura geroglifica divenne quindi necessaria per inviare notizie e ordini reali verso tutti i punti cardinali: ecco perchè l’organizzazione dell’apparato reale e lo sviluppo della scrittura sono fatti collegati. 

La materia prima non manca, che si tratti di pietra, legno o metalli: vengono aperte cave intorno a menfi e forse anche in zone desertiche. Il rame abbonda e viene utilizzato per fabbricare armi e utensili, mentre il ferro è raro. Il bronzo verrà usato solo successivamente.

Sull’esercito e la giustizia siamo poco informati. E’ sicuro che esistesse un esercito dal momento che Menes potè conquistare il Nord, e le leggi venivano applicate dal faraone; esse non erano scritte.
Nell’antico Egitto non esisteva la schiavitù nel senso di individui privi di ogni diritto e considerati al pari delle bestie; al massimo si può parlare di una condizione servile, il che costituisce uno dei maggiori titoli di merito della civiltà faraonica.
Menes è considerato il faraone duraturo; il suo nome significa “colui che resta”.
Chi verrà dopo di lui infatti non farà altro che portare avanti la sua opera.

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